Le successioni

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L’erede come soggetto “al centro” della successione: responsabilità personale e patrimoniale

Ogni volta che viene a mancare un soggetto, si apre, sulla base delle norme del codice civile, la successione ereditaria.

Sostanzialmente la materia successoria comporta l’individuazione di quei soggetti che subentrano nei rapporti che facevano capo al de cuius senza soluzione di continuità, quindi facendo in modo che ci sia sempre un titolare per tutti i cespiti attivi e passivi che prima facevano capo al de cuius e successivamente passano agli eredi.
Per capire però il perché questa materia rivesta una così pressante importanza per il nostro ordinamento è, preliminarmente, necessario chiedersi quali sono gli obiettivi che il legislatore, con questa attenzione alla materia successoria, vuole perseguire.

Gli obiettivi perseguiti sono sostanzialmente tre.

I primi due sono intuitivi: senza dubbio la materia successoria è stata costruita in modo tale da garantire al futuro de cuius di disporre come meglio crede del suo patrimonio ereditario. Infatti all’interno del codice civile si trovano tutte le norme che regolano la successione testamentaria permettendo al de cuius, con quell’atto di ultima volontà che è il testamento, di disporre dei suoi beni a favore dei soggetti che ritiene opportuno li ricevano; nonché le norme sulla successione legittima che stabiliscono la devoluzione del patrimonio ai parenti del de cuius in ordine di grado, qualora non ci fosse testamento.

Sicuramente la materia successoria si pone anche un secondo obiettivo: quello di tutelare gli eredi chiamati, cioè coloro che hanno diritto a succedere nel patrimonio familiare. Esiste infatti una sezione del codice civile che prevede quella che si chiama successione necessaria, che fa si che il possibile erede sia tutelato non solo per garantire che, in un’ottica di rispetto della volontà del de cuius, diventi erede, così come il de cuius voleva, ma bensì, in alcuni casi, anche contro la volontà del de cuius. Il Codice civile prevede infatti che i parenti più stretti del de cuius non possano essere totalmente diseredati dallo stesso quindi, un eventuale testamento lesivo dei loro diritti potrà essere, tramite la successione necessaria, contestato ed impugnato e quindi sostanzialmente ridotto in modo tale da garantire la successione degli eredi legittimari chiamati.

Oltre a questi due primi obiettivi che sono di intuitiva necessità, ne esiste però un terzo: la tutela del terzo creditore incolpevole.

Ogni soggetto, infatti, nel corso della propria vita, dalla nascita fino alla morte, ha capacità giuridica ovvero la possibilità di essere centro di imputazione di diritti e di interessi che saranno di natura attiva o passiva; questa capacità giuridica viene a mancare al momento della morte del de cuius, quindi il de cuius, che prima era un centro di imputazione di interessi e aveva dei diritti attivi come diritti passivi (ad esempio diritti di proprietà, diritti di credito, esposizioni finanziarie, mutui eccetera) dal momento della sua morte, non potrà essere titolare né in senso attivo né in senso passivo di questi diritti o oneri che gli competevano fino ad un momento prima.

Il fatto che questo patrimonio rimanga vacante di titolare (per patrimonio si intende sempre una universalità di beni che comprende attività e passività), potrebbe fare sì che il creditore del de cuius si trovi a vedere vanificate le proprie pretese creditorie per il solo fatto che il suo debitore è venuto a mancare e che quindi non sia più possibile trovare un referente a cui chiedere il pagamento o il rispetto dell’obbligazione assunta.
Proprio per questo il legislatore ha creato un impianto normativo che va ad individuare quel soggetto o quei soggetti che, subentrando senza soluzione di continuità nelle titolarità attive e passive del de cuius, subentreranno anche nei debiti del de cuius e diventeranno i nuovi responsabili dei debiti del de cuius, quindi i nuovi debitori.

Ovviamente, perché sia possibile perseguire queste finalità, è necessario individuare nell’ordinamento quello o quei soggetti che effettivamente assumeranno questo ruolo centrale, ovvero il ruolo di garante anche del rispetto dei debiti nei confronti del terzo creditore incolpevole.

La successione può avvenire a titolo particolare e, in questo caso, si configurerà la posizione del legatario cioè quel soggetto che viene chiamato a succedere in uno specifico rapporto determinato che faceva capo al de cuius e che il de cuius decide di trasferire a quel particolare soggetto che assumerà appunto il ruolo di legatario, oppure può avvenire a titolo universale.

Il successore a titolo universale è colui che viene chiamato a subentrare (per quota se in concorso con altri coeredi o per l’intero) nelle attività e nelle passività che facevano capo al de cuius.

Mentre il legatario subentra in quello specifico rapporto determinato, solitamente attribuitogli per legge, l’erede subentra, per una quota o per l’intero se è l’unico chiamato, sia nelle attività che nelle passività del de cuius..

Ai sensi dell’art. 752 c.c., infatti, i coeredi contribuiscono tra loro al pagamento dei debiti e pesi ereditari in proporzione delle loro quote ereditarie, salvo che il testatore abbia altrimenti disposto.

L’erede subentra altresì anche nei rapporti processuali che facevano capo al de cuius, ciò significa che, in prima istanza, viene chiamato anche a sostituire processualmente il de cuius nei procedimenti eventualmente in corso. In tal senso: Cassazione civile sez. II, 07/01/2019, n.116 Nell’ipotesi di morte di una delle parti in corso di giudizio, la relativa “legitimatio ad causam” si trasmette (salvo i casi di cui agli artt. 460 e 486 c.c.) non al semplice chiamato all’eredità bensì (in via esclusiva) all’erede, tale per effetto di accettazione, espressa o tacita, del compendio ereditario, non essendo la semplice delazione (conseguente alla successione) presupposto sufficiente per l’acquisto di tale qualità, nemmeno nella ipotesi in cui il destinatario della riassunzione del procedimento rivesta la qualifica di erede necessario del “de cuius”, occorrendone, pur sempre, la materiale accettazione

Ovviamente, capita la differenza tra il successore a titolo particolare ed il successore a titolo universale, è evidente che il soggetto centrale della materia successoria non può che essere l’erede, quindi quel soggetto che, subentrando per quota nelle attività e nelle passività, diventerà senza dubbio il titolare dei cespiti attivi ma, altrettanto senza dubbio, anche il titolare dei cespiti passivi che facevano capo al de cuius e che si trovano trasferiti all’erede stesso: ovviamente, diventando il nuovo titolare dei debiti del de cuius, sarà il nuovo soggetto tenuto al loro pagamento e alla loro soddisfazione e potrà essere chiamato ad adempiere dal creditore che troverà un nuovo referente del proprio credito.

Vi è di più perché il nostro ordinamento sostiene che l’erede, una volta divenuto tale, confonde, salvo il caso di accettazione con beneficio di inventario, il proprio patrimonio personale con quello ereditario. Questo significa che, nel momento in cui un erede acquisisce il titolo di successore a titolo universale del de cuius, creerà un suo nuovo patrimonio personale comprendente sia cespiti attivi e passivi che già possedeva precedentemente all’apertura della successione, sia i cespiti attivi e passivi ricevuti in fase successoria.

Da tutto ciò consegue che l’erede, che ha acquisito all’interno del suo patrimonio i cespiti attivi e passivi del de cuius, è subentrato nelle attività e nelle passività che facevano capo al de cuius ed è divenuto il nuovo debitore dei debiti del de cuius ed allora, come ogni altro debitore, risponderà dei suoi debiti – cosi dice il codice civile all’articolo 2740 – con l’intero proprio patrimonio personale.

Questo perché il codice civile sostiene che ogni soggetto, quando contrae un debito, garantirà la soddisfazione di quel debito con il suo intero patrimonio personale; analogamente l’erede, che diventa il nuovo debitore dei debiti del de cuius, sarà tenuto a rispondere di quei debiti con l’intero suo patrimonio personale e ciò significa che potrebbe essere chiamato a rispondere dei debiti ereditari non solo nei limiti di valore del patrimonio ereditario ricevuto, ma anche, laddove l’eredità fosse di segno negativo, con il proprio patrimonio personale.

Questa responsabilità patrimoniale personale così importante fa si che l’erede non sia un soggetto che si individua automaticamente all’apertura della successione, bensì, per diventare eredi, occorre seguire una fattispecie a formazione progressiva che partirà dall’apertura della successione, passerà attraverso la chiamata ereditaria, quindi l’individuazione di quei soggetti che si trovano nella posizione di chiamati all’eredità (cioè soggetti che hanno la possibilità di divenire eredi ma che diventeranno eredi solo concludendo questo iter con l’accettazione dell’eredità) e si concluderà con la accettazione dell’eredità.

Nel momento in cui si apre una successione, dunque, si individuano i chiamati a titolo universale ed essi saranno in una posizione di mero chiamato all’eredità. Successivamente potranno valutare la bontà della chiamata ereditaria e decidere se divenire eredi accettando l’eredità o eventualmente, se non sono interessati a divenire eredi, rinunciare all’eredità: in questo modo usciranno dalle linee ereditarie e ovviamente non diventeranno titolari nè dei cespiti attivi nè tanto meno dei cespiti passivi.

Cassazione Civile 16623/2019 – azione di riduzione in surrogatoria

La Corte di cassazione, sez. II civile, con la pubblicazione della sentenza 20 giugno 2019, n. 16623 dichiara “ammissibile l’esercizio in via diretta dell’azione surrogatoria, prevista dall’art. 2900 c.c., nella proposizione della domanda di riduzione delle disposizioni testamentarie lesive della quota di legittima da parte dei creditori dei legittimari totalmente pretermessi che siano rimasti del tutto inerti”.

Ciò significa che se l’erede legittimario viene pretermesso e, avendo a sua volta dei debiti, decide di non agire con la azione di riduzione, essa può essere esperita, in sua vece, dai suoi creditori che, esercitando la azione surrogatoria, si sostituiscono a lui nella azione, così da recuperare i beni dell’eredità nella titolarità del loro debitore, poi tenuto al pagamento dei propri debiti, ex art.2740 c.c., con il proprio patrimonio personale, implementato degli acquisti ereditari.

Il principio espresso dalla Corte di Cassazione si evince dal combinato disposto degli artt. 524 c.c. che prevede il diritto in capo ai creditori dell’erede di revocare la sua rinuncia (fatta in danno degli stessi e della loro garanzia patrimoniale); 557 c.c. che, nell’indicare i soggetti che possono chiedere la riduzione, stabilisce che la riduzione non può essere domandata che dai legittimari e dai loro eredi o aventi causa, ricomprendendo però negli aventi causa i creditori del legittimario pretermesso e 2900 c.c. che disciplina, a favore dei creditori, la azione surrogatoria in caso di inerzia del debitore nel far valere propri diritti patrimoniali.

L’azione, in litisconsorzio necessario, deve essere proposta avverso i beneficiari delle disposizioni lesive, come pure contro lo stesso debitore che non ha agito in prima persona.

Questo il link alla sentenza Cassazione n.16623/2019

Accettazione con beneficio di inventario per chi agisce in riduzione: analisi dell’art. 564 c.c

Ogni volta che il de cuius lascia tra i suoi possibili eredi dei parenti molto stretti (in particolare coniuge e figli ed eventualmente non avesse figli, i suoi ascendenti), questi soggetti hanno diritto ad una quota del patrimonio ereditario che si chiama quota di riserva proprio per il fatto che secondo il codice civile dovrebbe essere loro destinata sin dal principio da parte del futuro de cuius.

Questo significa non tanto che il futuro de cuius abbia un patrimonio per buona parte intoccabile finché in vita (finché in vita può fare quello che vuole del suo intero patrimonio), ma più semplicemente che egli debba avere consapevolezza del fatto che seppure abbia la libertà di disporre del proprio patrimonio in maniera integrale, potrebbe succedere un domani alla propria morte che uno o più di questi eredi legittimari potrebbero agire in riduzione per recuperare detta quota, a loro riservata per legge e disposta altrimenti dal de cuius.

Per valutare la quota di riserva che spetta a ciascun legittimario, peraltro, si deve partire dalla valutazione di quale sia la quota ideale di spettanza dello stesso e parametrarla all’attivo ereditario, valutato prendendo non solo il patrimonio effettivamente relitto al momento della morte del de cuius, ma aggiungendovi anche tutto quello che è stato donato dal de cuius finchè in vita.

Una volta valorizzato il patrimonio ereditario bisognerà vedere se quanto ha avuto l’erede legittimario corrisponde o meno alla quota di riserva: se non è così egli potrà agire in riduzione per ridurre le disposizioni prima di successione legittima e poi testamentaria e poi le donazioni fatte in vita dal de cuius in ordine temporale, partendo dalla più recente, fino a coprire la quota di riserva prevista e lesa.

Nelle fasi di riunione fittizia del patrimonio e valutazione della lesione di legittima assume poi una importanza fondamentale la applicazione dell’articolo 564 comma 2 del codice civile, teso a prevedere, nel calcolo della lesione, la valutazione delle eventuali pregresse donazioni fatte a suo favore tramite l’istituto della imputazione ex se di cui all’art. 564 c.c.

L’imputazione ex se prevede infatti, ex art. 564 c.c. 2 comma e seguenti che “in ogni caso il legittimario che domanda la riduzione di donazione o di disposizioni testamentarie deve imputare alla sua porzione legittima le donazioni a lui fatte salvo che ne sia stato espressamente dispensato. Il legittimario che succede per rappresentazione deve anche imputare le donazioni e i legati fatti, senza espressa dispensa, al suo ascendente. La dispensa non ha effetto a danno dei donatari anteriori. Ogni cosa, che, secondo le regole contenute nel capo II del titolo IV di questo libro, è esente da collazione, è pure esente da imputazione“.

Il comma 1 dell’art.564 c.c., riferito invece alla fase successiva della promozione della azione di riduzione, invece, prevede che “Il legittimario che non ha accettato l’eredità col beneficio d’inventario non può chiedere la riduzione delle donazioni e dei legati, salvo che le donazioni e i legati siano stati fatti a persone chiamate come coeredi, ancorché abbiano rinunziato all’eredità. Questa disposizione non si applica all’erede che ha accettato col beneficio d’inventario e che ne è decaduto”.

Ne consegue che l’erede legittimario, qualora sia anche coerede (quindi abbia subito una lesione parziale del proprio diritto alla quota di riserva, per poter aggredire non solo le quote degli altri coeredi ma anche i legati e le donazioni fatte in vita da decuius (cioè i trasferimenti che hanno coinvolto soggetti terzi rispetto all’eredità, deve aver accettato l’eredità con beneficio di inventario prima di intraprendere la azione di riduzione.

In tal senso Cassazione civile sez. II 03 ottobre 2013 n. 22632 In tema di azione di riduzione, qualora il legittimario, ai sensi dell’art. 564 cod. civ., non possa aggredire la donazione più recente a favore di un non coerede per aver accettato l’eredità senza beneficio d’inventario, egli non può aggredire la donazione meno recente a favore del coerede, se non nei limiti in cui risulti dimostrata l’insufficienza della donazione più recente a reintegrare la quota di riserva, non potendo ricadere le conseguenze negative del mancato espletamento di quell’onere su soggetti estranei

La norma, prevista per la tutela dei soggetti terzi rispetto all’eredità (che dal beneficio di inventario e dalla conseguente redazione dell’inventario stesso potranno avere contezza dell’effettivo valore dell’eredità di cui non fanno direttamente parte), non inibisce la azione di riduzione bensì la limita all’aggressione dei soli beni devoluti ai vari coeredi.
In caso di mancata accettazione beneficiata e proposizione della azione di riduzione peraltro, valendo quest’ultima come accettazione tacita, non sarà più possibile, in corso di causa, per l’interessato integrare la propria accettazione con il beneficio richiesto.
Discorso diverso, naturalmente, se l’erede legittimario fosse completamente pretermesso e agisse in riduzione senza aver avuto alcuna chiamata ereditaria (si pensi al caso di un testamenti fatto tutto a favore di un terzo): in tal caso, non potendo effettuare alcuna accettazione di una eredità a cui non è stato chiamato, egli non potrà essere obbligato ai sensi dell’art.564 c.c. alla accettazione beneficiata.

In tal senso Cassazione civile sez. II 24 marzo 2014 n. 6888 Il legittimario totalmente pretermesso, il quale proponga domanda di simulazione relativa di una compravendita, preordinata all’eventuale successivo esercizio dell’azione di riduzione, poiché agisce in qualità di terzo, non è tenuto alla preventiva accettazione dell’eredità con beneficio di inventario, di cui all’art. 564 comma 1 c.c., in quanto egli acquisisce la qualità di erede, necessaria a tal fine, solo in conseguenza del positivo esercizio della medesima azione di riduzione.

Cassazione civile sez. II 30 maggio 2014 n. 12221 Il legittimario pretermesso, sia nella successione testamentaria sia in quella ab intestato, il quale impugni per simulazione un atto compiuto dal de cuius a tutela del proprio diritto alla reintegrazione della quota di legittima, agisce in qualità di terzo e non in veste di erede, condizione che acquista, solo in conseguenza del positivo esercizio dell’azione di riduzione, e come tale non è tenuto alla preventiva accettazione dell’eredità con beneficio di inventario

Cassazione civile sez. II 03 luglio 2013 n. 16635 Condizione fondamentale per chiedere l’azione di riduzione delle donazioni o delle disposizioni lesive della porzione legittima, è soltanto quella di essere tra le persone indicate nell’art. 557 c.c., e cioè di rivestire la qualità di legittimario, mentre la condizione stabilita dall’art. 564, comma 1, c.c. della preventiva accettazione con beneficio di inventario vale solo per il legittimario che rivesta in pari tempo la qualità di erede e non trova applicazione nel caso in cui l’erede sia totalmente pretermesso.

Interpello 42/2019 : categorie di successibili

Con risposta ad interpello n.42 del 2019 l’Agenzia delle Entrate interviene sulla questione delle categorie di successibili, facendo in particolare riferimento alla normativa sulla rappresentazione testamentaria.
La questione prende le mosse dall’analisi di un testamento con cui il de cuius indicava tra i suoi eredi tutti i propri zii materni, ancorchè defunti.
La domanda posta alla agenzia era di questo tenore: al posto degli zii premorti del de cuius, ereditano i loro discendenti o, semplicemente, essendo essi premorti, la loro quota si dividerà tra gli altri chiamati superstiti?
L’Agenzia, uscendo dall’ambito prettamente fiscale, ha colto l’occasione per chiarire che la rappresentazione opera anche per testamento ma solo nella linea retta o in linea collaterale per la discendenza dei fratelli premorti. Non opera, al contrario, in tutte le altre linee ereditarie.
Ne consegue che, al posto degli zii premorti, non possono essere chiamati i loro discendenti e quindi dette quote saranno ripartite tra i soli zii superstiti.

Questo il link all’Interpello 42 2019

Cassazione ordinanza 1682/2019 – annullamento del testamento per incapacità naturale

La corte di cassazione, con ordinanza n. 1682/2019 del 22 gennaio 2019 interviene sul tema dell’annullamento del testamento, chiarendo che il disturbo bipolare di cui soffre un testatore, anche se potenizialmente può comportare una grave compromissione della capacità di autodeterminazione, se non è accertato formalmente in una pronuncia di interdizione, non comporta automaticamente una incapacità naturale del testatore, in quanto tale condizione non determina un l’assoluto stato di incoscienza né la perdita della capacità di autodeterminarsi e la conseguente necessità di assistenza ai fini del compimento di atti di ordinaria e straordinaria amministrazione a carico dello stesso.
Ne consegue che la prova dello stato di incapacità naturale ex art. 428 c.c. rimane a carico della parte che ha chiesto l’annullamento del testamento e non a carico del convenuto.

La questione in esame nasce dalla domanda di annullamento di due testamenti olografi proposta da uno dei discendenti del de cuius, che chiedeva di annullare le due disposizioni di ultima volontà e aprire così la successione legittima. La richiesta trovava fondamento nel fatto che il de cuius, essendo affetto da un grave e datato disturbo bipolare, non sarebbe stato capace, al momento della redazione di due testamenti, di autodeterminarsi consapevolmente.

I tre gradi di giudizio, tutti conformi fino alla pronuncia della Cassazione, invece, hanno sostenuto (cosi come da giurisprudenza consolidata della Corte di Cassazione peraltro) che, anche se era stato accertato il disturbo bipolare del testatore, comunque, lo stesso non era mai stato interdetto e, dunque, non risultava accertata la sussistenza di uno stato di incapacità che avesse la caratteristica di essere permanente e/o abituale.

La corte, nella sua pronuncia che chiude definitivamente il giudizio, si inserisce così nel solco già precedentemente impostato (ex multis: Cass. sez. 6 – 2, del 19/02/2018, n. 3934; Cass. sez. 10/10/2018, n. 25053) ribadendo che, in tema di annullamento del testamento, l’incapacità naturale del testatore postula la esistenza non già di una semplice anomalia o alterazione delle facoltà psichiche ed intellettive del de cuius, bensì la prova che, a cagione di una infermità transitoria o permanente, ovvero di altra causa perturbatrice, il soggetto sia stato privo in modo assoluto, al momento della redazione dell’atto di ultima volontà, della coscienza dei propri atti o della capacità di autodeterminarsi. In ordine alla ripartizione dell’onere della prova, poiché lo stato di capacità naturale ex art. 428 c.c. costituisce la regola e quello di incapacità l’eccezione, spetta a chi impugni il testamento dimostrare la dedotta incapacità. E detta prova non è stata raggiunta in alcun modo da parte ricorrente.

qui il testo integrale della ordinanza

Cassazione Civile – il godimento esclusivo da parte del coerede non ingenera un automatico diritto ai frutti in capo agli altri

La Cassazione civile, sez. II, con la ordinanza n. 30451 del 2018 ha recentemente stabilito che il semplice godimento esclusivo del bene ad opera di uno dei comproprietari, laddove esso non comporti acquisizione di frutti, non produce pregiudizio in danno degli altri comproprietari, salvo che essi non dimostrino a loro volta di aver provato a godere del bene e di non averlo potuto fare in quanto impediti dagli altri coeredi.
La Cassazione precisa infatti che “il mero godimento del bene comune in via esclusiva da parte di uno degli aventi diritto non genera in capo agli altri comunisti alcun pregiudizio se non nell’ipotesi che questi abbiano chiesto di parimenti godere del bene e ne siano stai impediti.
Dunque in presenza di mancata richiesta di cogodimento da parte degli altri comunisti,l’utilizzo secondo sua destinazione del bene comune da parte di uno solo dei comproprietari rappresenta mero esercizio del proprio diritto dominicale e non può generare frutti indiretti in capo agli altri titolari inerti poiché la loro quota non goduta indebitamente”
La distinzione fondamentale, per la corte sta nella differenza tra l’utile diretto, che consiste nella resa che ha l’immobile comune mediante il suo utilizzo quale bene economicamente produttivo, dall’utile indiretto, ossia l’utile derivante dall’utilizzo per il godimento in esclusiva, secondo la sua destinazione, da parte di uno dei comunisti del bene.
Solo nel primo caso infatti esistono materialmente i frutti rappresentati dalla somma di denaro incassato dal terzo conduttore dell’immobile comune ed automaticamente il comunista ha diritto a percepire la quota della somma incassata mentre nel secondo non ci sono utili effettivamente prodotti in natura per cui il comunista può chiedere rendiconto e corrispettivo.

Di seguito il testo integrale della ordinanza

30451

Ordinanza Cassazione 29665/2018 – una volta completato l’inventario l’erede minore non può più cambiare idea

La Corte di Cassazione, sez. II Civile, con ordinanza 16 novembre 2018, n. 29665 chiarisce che se la accettazione con beneficio di inventario, peraltro obbligatoria in caso di minori, si perfeziona con il completamento dell’inventario allora risulta ormai acquisita la qualità di erede, con la conseguenza che al minore, anche una volta divenuto maggiorenne, è preclusa la possibilità di una successiva rinuncia.

La cassazione, esaminando nel dettaglio l’art.489 cc chiarisce che il minore, dopo avere, come per legge è obbligato a fare, accettato con beneficio di inventario, anche laddove non abbia in precedenza provveduto a redigere l’inventario, può comunque predisporre tale atto nel termine di un anno dal raggiungimento della maggiore età, conservando quindi gli effetti e i vantaggi del beneficio. Non solo, a quel punto, entro l’anno potrebbe ancora decidere se divenire erede (beneficiato o puro e semplice a seconda se fa l’inventario) oppure rinunciare all’eredità.

Al contrario, una volta completato l’inventario si perfeziona l’acquisto della qualità di erede in capo al minore, il quale è quindi impossibilitato ad una successiva rinuncia per effetto del principio per cui una volta accettata l’eredità non si può più rinunciare.

L’erede in questione dunque, per il quale l’inventario era stato completato prima della maggiore età, era ormai erede con la conseguenza che la successiva rinuncia, da lui fatta al compimento del diciottesimo anno, era invalida in quanto tardiva.

Corte di Cassazione 13868/2018 – per capire se un lascito è a titolo di eredità o legato bisogna interpretare il testamento

La corte di cassazione, recentemente, con la sentenza n. 13868/2018 , interviene in materia di interpretazione del contratto e corretta distinzione tra le disposizioni a carattere universale e quelle a carattere particolare in testamento.

Il caso concreto parte dall’analisi del testamento pubblico con cui il de cuius disponeva in favore della moglie l’usufrutto generale vitalizio del suo patrimonio mobiliare e immobiliare, di tutti i macchinari e attrezzi agricoli, trattori, motocoltivatori ed eventuale patrimonio zootecnico. Ai figli lasciava la nuda proprietà di diversi immobili e quanto non assegnato in beni immobili, attribuiva in parti uguali ai tre figli, gravato di usufrutto generale in favore della moglie. Il de cuius assegnava sempre in parti uguali anche tutti gli oneri e i gravami ricadenti sull’intera proprietà, una volta consolidato l’usufrutto.

Alla morte del de cuius, essendo già morta comunque anche la madre, uno dei tre figli cita in giudizio gli altri due sostenendo che l’usufrutto alla madre era da ritenersi un legato e la ripartizione dei beni in nuda proprietà effettuata dal de cuius non rispettava le quote di 1/3 a figlio previste di fronte ad una esclusione dall’eredità del coniuge.
La cassazione, interpellata dopo che primo e secondo grado son giunti a due interpretazioni diametralmente opposte, fatta una premessa sulla corretta modalità di interpretazione del testamento per cui “va anzitutto ribadito (sul punto v. ad es. Cass. n. 5604 del 17/04/2001 oltre altre) che l’interpretazione del testamento, cui in linea di principio sono applicabili le regole di ermeneutica dettate dal codice in tema di contratti, con la sola eccezione di quelle incompatibili con la natura dì atto unilaterale non recettizio del negozio mortis causa, è caratterizzata rispetto a quella contrattuale da un più penetrante ricerca, al di là della dichiarazione, della volontà del testatore, la quale, alla stregua dell’art. 1362 cod. civ., va individuata con riferimento ad elementi intrinseci alla scheda testamentaria, sulla base dell’esame globale della scheda stessa e non di ciascuna singola disposizione (art. 1363 cod. civ.), e, solo in via sussidiaria, ove cioè dal testo dell’atto non emerga con certezza l’effettiva intenzione del de cuius e la portata della disposizione, con il ricorso ad elementi estrinseci al testamento, ma pur sempre riferibili al testatore, quali ad esempio la personalità dello stesso, la sua mentalità, cultura, condizione sociale, ambiente di vita, ecc. L’accertamento di tale volontà, risolvendosi in una indagine di fatto da parte del giudice di merito, è, quindi, sindacabile in sede di legittimità solo per violazione delle regole di ermeneutica sopradescritte, al di là dei vizi di motivazione della sentenza”, stabilisce che l’usufrutto generale disposto con testamento in favore del coniuge non ne esclude la qualità di erede.

La Cassazione, infatti, sostiene che la valutazione tra erede e legatario in un lascito come questo, deve essere lasciata alla analisi del caso concreto e, in riferimento al caso di specie né il lascito di usufrutto può essere considerato in sostituzione di legittima senza che ciò sia espressamente indicato né può essere considerato un semplice legato se si evince che il de cuius, vista la tipologia di attribuzione, volesse trasferire una quota ereditaria, cosi come appare nel caso in questione.

Di seguito il testo integrale della sentenza 13868

Cassazione civile, II Sez. 28277/2018 – serve la buona fede del terzo per mantenere l’acquisto dall’erede apparente

La cassazione Civile, II sezione, in una recentissima sentenza ed in particolare la n. 28277 del 6 novembre u.s, interviene sulle caratteristiche che deve avere l’acquisto fatto dal terzo a carico dell’erede apparente per rimanere fermo, in caso di petizione di eredità da parte di altri, ai sensi dell’art.534 cc.

L’articolo in questione infatti prevede che “L’erede può agire anche contro gli aventi causa da chi possiede a titolo di erede o senza titolo. Sono salvi i diritti acquistati, per effetto di convenzioni a titolo oneroso con l’erede apparente, dai terzi i quali provino di avere contrattato in buona fede. La disposizione del comma precedente non si applica ai beni immobili e ai beni mobili iscritti nei pubblici registri, se l’acquisto a titolo di erede e l’acquisto dall’erede apparente non sono stati trascritti anteriormente alla trascrizione dell’acquisto da parte dell’erede o del legatario vero, o alla trascrizione della domanda giudiziale contro l’erede apparente .

In sostanza, qualora l’erede effettivo agisca nei confronti dell’erede apparente (ritenuto tale anche per la presenza della trascrizione della sua accettazione dell’eredità), non potrà aggredire gli acquisti del terzo a condizione che essi siano a titolo oneroso, sia dimostrabile l’apparenza del diritto e la buona fede dell’acquirente.

La cassazione precisa però che  l’acquisto dall’erede apparente non può esser fatto salvo in relazione all’azione esperita dall’erede vero ex art. 533 se chi acquista non deduce e prova che il suo acquisto è avvenuto in buona fede. Onere della prova a carico dunque dell’acquirente.

Di seguito il testo della sentenza 28277 – mod

Interpello 37/2018 – natura del diritto del convivente superstite ad abitare la casa del de cuius

L’Agenzia delle Entrate, su istanza di interpello, risponde in merito al seguente oggetto:
Convivente superstite e diritto di abitazione. – Articolo 1, comma 42 della Legge 20 maggio 2016, n. 76 – Istanza di Interpello ai sensi dell’ articolo 11, comma 1, lett. a) Legge 27 luglio 2000, n.212.

Naturalmente l’agenzia stessa e l’istante chiariscono l’impatto del diritto del convivente di continuare ad abitare la casa condivisa con il compagno deceduto previsto con la Legge 76/2016 ma, affrontando la questione fiscale, si addentrano nell’analisi dei contenuti giuridici delle disposizioni contenute nella legge sulle unioni civili.

La vicenda prende le mosse dal quesito formulato dalla sorella, unico erede del de cuius, in merito al diritto di abitare nella casa di quest’ultimo da parte della compagna per i due anni successivi al suo decesso.

Queste le due questioni:

– la convivente more uxorio del de cuius ha diritto di continuare ad abitare nella casa di comune abitazione a prescindere dalla sua residenza anagrafica oppure detta residenza è requisito essenziale per accedere ai diritti riconosciuti al convivente?
– In caso di risposta affermativa, il diritto acquisito dal convivente è un diritto di abitazione (diritto reale) da inserirsi, in analogia con l’art.540 c.c.. in dichiarazione di successione (con tutti i risvolti fiscali che ne derivano e che hanno spinto, peraltro, l’istante a interpellare l’Agenzia delle Entrate), oppure si tratta di un diritto personale di godimento (assimilabile piuttosto ad una sorta di comodato?

Sul primo punto la Agenzia, scendendo nel merito della questione, chiarisce che “la circolare n.7 del 2018 in tema di detrazioni per interventi di ristrutturazione ha precisato che “poiché ai fini dell’accertamento della stabile convivenza la legge n. 76 del 2016 richiama il concetto di famiglia anagrafica previsto dal regolamento anagrafico di cui al DPR n. 223 del 1989 (Risoluzione 28.07.2016 n.64), tale status può risultare dai registri anagrafici o essere oggetto di autocertificazione resa ai sensi dell’art. 47 del DPR n .445 del 2000”. Pertanto, con riferimento al caso oggetto dell’interpello in esame si ritiene che lo status di convivente possa essere riconosciuto sulla base di una autocertificazione resa ai sensi del citato articolo 47 sebbene la convivenza con il de cuius non risulti da alcun registro anagrafico e la convivente superstite non abbia la residenza anagrafica nella casa di proprietà del de cuius.”

Quanto al secondo punto è bene fare una premessa: una cosa è dire che il convivente acquista un diritto di abitazione nell’immobile di convivenza, intendendo per esso l’acquisto di un diritto reale minore, tale quindi da incidere sul possesso del bene e per il quale è necessaria la trascrizione e, eventualmente è da valutare l’inserimento in dichiarazione di successione alla stregua dell’art.540 c.c.; altra cosa è dire che il convivente superstite acquisisce un diritto personale di godimento, tale quindi da non incidere sul possesso bensì sulla mera detenzione del bene (alla stregua di una sorta di comodato “ex lege”).

L’istante propenderebbe per la prima tesi (anche se più gravosa nei suoi confronti quanto ad effetti giuridici in quanto graverebbe la sua piena proprietà, acquisita con la successione del fratello, trasformandola in nuda proprietà gravata dal diritto di abitazione della convivente), cosi da poter accedere alle agevolazioni fiscali ad essa collegate; l’agenzia invece, prendendo le mosse dal testo della L.76/2016, non può che propendere per la seconda tesi, considerando detto diritto, a scadenza, si ricorda, biennale, come un diritto personale di godimento da non doversi indicare in successione.

Di seguito il testo della risposta ad interpello 37/2018 37

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