Le successioni

Home » Blog » Aspetti normativi

Category Archives: Aspetti normativi

Cassazione civile, II Sez. 28277/2018 – serve la buona fede del terzo per mantenere l’acquisto dall’erede apparente

La cassazione Civile, II sezione, in una recentissima sentenza ed in particolare la n. 28277 del 6 novembre u.s, interviene sulle caratteristiche che deve avere l’acquisto fatto dal terzo a carico dell’erede apparente per rimanere fermo, in caso di petizione di eredità da parte di altri, ai sensi dell’art.534 cc.

L’articolo in questione infatti prevede che “L’erede può agire anche contro gli aventi causa da chi possiede a titolo di erede o senza titolo. Sono salvi i diritti acquistati, per effetto di convenzioni a titolo oneroso con l’erede apparente, dai terzi i quali provino di avere contrattato in buona fede. La disposizione del comma precedente non si applica ai beni immobili e ai beni mobili iscritti nei pubblici registri, se l’acquisto a titolo di erede e l’acquisto dall’erede apparente non sono stati trascritti anteriormente alla trascrizione dell’acquisto da parte dell’erede o del legatario vero, o alla trascrizione della domanda giudiziale contro l’erede apparente .

In sostanza, qualora l’erede effettivo agisca nei confronti dell’erede apparente (ritenuto tale anche per la presenza della trascrizione della sua accettazione dell’eredità), non potrà aggredire gli acquisti del terzo a condizione che essi siano a titolo oneroso, sia dimostrabile l’apparenza del diritto e la buona fede dell’acquirente.

La cassazione precisa però che  l’acquisto dall’erede apparente non può esser fatto salvo in relazione all’azione esperita dall’erede vero ex art. 533 se chi acquista non deduce e prova che il suo acquisto è avvenuto in buona fede. Onere della prova a carico dunque dell’acquirente.

Di seguito il testo della sentenza 28277 – mod

Interpello 37/2018 – natura del diritto del convivente superstite ad abitare la casa del de cuius

L’Agenzia delle Entrate, su istanza di interpello, risponde in merito al seguente oggetto:
Convivente superstite e diritto di abitazione. – Articolo 1, comma 42 della Legge 20 maggio 2016, n. 76 – Istanza di Interpello ai sensi dell’ articolo 11, comma 1, lett. a) Legge 27 luglio 2000, n.212.

Naturalmente l’agenzia stessa e l’istante chiariscono l’impatto del diritto del convivente di continuare ad abitare la casa condivisa con il compagno deceduto previsto con la Legge 76/2016 ma, affrontando la questione fiscale, si addentrano nell’analisi dei contenuti giuridici delle disposizioni contenute nella legge sulle unioni civili.

La vicenda prende le mosse dal quesito formulato dalla sorella, unico erede del de cuius, in merito al diritto di abitare nella casa di quest’ultimo da parte della compagna per i due anni successivi al suo decesso.

Queste le due questioni:

– la convivente more uxorio del de cuius ha diritto di continuare ad abitare nella casa di comune abitazione a prescindere dalla sua residenza anagrafica oppure detta residenza è requisito essenziale per accedere ai diritti riconosciuti al convivente?
– In caso di risposta affermativa, il diritto acquisito dal convivente è un diritto di abitazione (diritto reale) da inserirsi, in analogia con l’art.540 c.c.. in dichiarazione di successione (con tutti i risvolti fiscali che ne derivano e che hanno spinto, peraltro, l’istante a interpellare l’Agenzia delle Entrate), oppure si tratta di un diritto personale di godimento (assimilabile piuttosto ad una sorta di comodato?

Sul primo punto la Agenzia, scendendo nel merito della questione, chiarisce che “la circolare n.7 del 2018 in tema di detrazioni per interventi di ristrutturazione ha precisato che “poiché ai fini dell’accertamento della stabile convivenza la legge n. 76 del 2016 richiama il concetto di famiglia anagrafica previsto dal regolamento anagrafico di cui al DPR n. 223 del 1989 (Risoluzione 28.07.2016 n.64), tale status può risultare dai registri anagrafici o essere oggetto di autocertificazione resa ai sensi dell’art. 47 del DPR n .445 del 2000”. Pertanto, con riferimento al caso oggetto dell’interpello in esame si ritiene che lo status di convivente possa essere riconosciuto sulla base di una autocertificazione resa ai sensi del citato articolo 47 sebbene la convivenza con il de cuius non risulti da alcun registro anagrafico e la convivente superstite non abbia la residenza anagrafica nella casa di proprietà del de cuius.”

Quanto al secondo punto è bene fare una premessa: una cosa è dire che il convivente acquista un diritto di abitazione nell’immobile di convivenza, intendendo per esso l’acquisto di un diritto reale minore, tale quindi da incidere sul possesso del bene e per il quale è necessaria la trascrizione e, eventualmente è da valutare l’inserimento in dichiarazione di successione alla stregua dell’art.540 c.c.; altra cosa è dire che il convivente superstite acquisisce un diritto personale di godimento, tale quindi da non incidere sul possesso bensì sulla mera detenzione del bene (alla stregua di una sorta di comodato “ex lege”).

L’istante propenderebbe per la prima tesi (anche se più gravosa nei suoi confronti quanto ad effetti giuridici in quanto graverebbe la sua piena proprietà, acquisita con la successione del fratello, trasformandola in nuda proprietà gravata dal diritto di abitazione della convivente), cosi da poter accedere alle agevolazioni fiscali ad essa collegate; l’agenzia invece, prendendo le mosse dal testo della L.76/2016, non può che propendere per la seconda tesi, considerando detto diritto, a scadenza, si ricorda, biennale, come un diritto personale di godimento da non doversi indicare in successione.

Di seguito il testo della risposta ad interpello 37/2018 37

Cassazione Civile, sez. II, 21555/2018 – azione di accertamento negativo per disconoscere il testamento

La cassazione civile  Sez. II, interviene,  con la sentenza 3 settembre 2018, n. 21555, in materia di prova della falsità della scheda testamentaria. (altro…)

Corte di Cassazione 20998/2018 – bisogni della famiglia ed aggredibilità del fondo patrimoniale

La corte di cassazione interviene nuovamente, con la sentenza n. 20998 del 23 agosto 2018 in materia di fondo patrimoniale e sua aggredibilità da parte dei creditori personali di uno solo dei coniugi, ponendo in particolare l’attenzione sulla possibilità da parte dell’ente di riscossione, di iscrivere ipoteca sui beni del fondo anche per crediti esattoriali diversi dagli stretti bisogni della famiglia.

Il Fondo Patrimoniale (rubricato agli artt. 167-171 del Codice Civile), nato per  proteggere i beni dei coniugi, previo vincolo di destinazione esclusivo per i bisogni della famiglia, rispetto alle possibili azioni esecutive poste in essere dai creditori personali (sempre che non costituito in frode dei creditori), stabilisce infatti che il creditore terzo possa aggredire i beni del fondo solo per debiti contratti per i bisogni della famiglia. E proprio sulla precisa definizione di quelli che possono essere considerati bisogni della famiglia più volte è stata chiamata a giudicare la suprema corte.

Nel caso in esame, due le affermazioni rilevanti della cassazione.

Innanzi tutto, la Corte ribadisce un concetto da lei più volte espresso ovvero “che “in tema di riscossione coattiva delle imposte, l’iscrizione ipotecaria di cui D.P.R. 602 del 1973, ex articolo 77, è ammissibile anche sui beni facenti parte di un fondo patrimoniale alle condizioni indicate dall’articolo 170 cod. civ., sicché è legittima solo se l’obbligazione tributaria sia strumentale ai bisogni della famiglia o se il titolare del credito non ne conosceva l’estraneità ai bisogni della famiglia” ( cfr. Cass. 23876/2015 ). In conseguenza di ciò, conclude la Corte, il debitore deve necessariamente dimostrare non solo la regolare costituzione del fondo patrimoniale e la sua opponibilità al creditore procedente, ma anche che il debito nei confronti di tale soggetto sia stato contratto per scopi estranei alle necessità familiari.”

Ne consegue che, nel processo tributario (da cui la causa in questione che nasce per la richiesta di risarcimento danni al fisco azionata dal titolare del fondo per l’esecuzione che lui sanciva come illegittima sui beni vincolati), l’onere della prova che i debiti erariali o analoghi contratti dal singolo non erano riconducibili ai bisogni ed alle necessità familiari, non bastando la sola dimostrazione dell’esistenza del fondo.

Non solo. Continua la Cassazione: “Ciò posto, i beni costituenti fondo patrimoniale non possono essere sottratti all’azione esecutiva dei creditori quando lo scopo perseguito nell’obbligazione sia quello di soddisfare i bisogni della famiglia, da intendersi non in senso oggettivo, ma come comprensivi anche dei bisogni ritenuti tali dai coniugi in ragione dell’indirizzo della vita familiare e del tenore prescelto, in conseguenza delle possibilità economiche familiari. E, al riguardo, è stato affermato che “l’onere della prova dei presupposti di applicabilità dell’art. 170 cod. civ. grava su chi intenda avvalersi del regime di impignorabilità dei beni costituiti in fondo patrimoniale, sicchè, ove sia proposta opposizione, ex art. 615 cod. proc. civ., per contestare il diritto del creditore ad agire esecutivamente, il debitore opponente deve dimostrare non soltanto la regolare costituzione del fondo e la sua opponibilità al creditore procedente, ma anche che il suo debito verso quest’ultimo venne contratto per scopi estranei ai bisogni della famiglia, a tal fine occorrendo che l’indagine del giudice si rivolga specificamente al fatto generatore dell’obbligazione, a prescindere dalla natura della stessa: pertanto, i beni costituiti in fondo patrimoniale non potranno essere sottratti all’azione esecutiva dei creditori quando lo scopo perseguito nell’obbligarsi fosse quello di soddisfare i bisogni della famiglia, da intendersi non in senso meramente oggettivo ma come comprensivi anche dei bisogni ritenuti tali dai coniugi in ragione dell’indirizzo della vita familiare e del tenore prescelto, in conseguenza delle possibilità economiche familiari.” ( cfr. Cass. 4011/2013 ; Cass. 5385/2013 )”

Dunque aggredibilità dei beni del fondo non solo per i debiti contratti per oggettivi bisogni della famiglia, bensì, in senso lato, contratti per i bisogni ritenuti tali dai coniugi in ragione dell’indirizzo della vita familiare e del tenore di vita prescelto, in conseguenza delle possibilità economiche familiari. E con l’onere di provare l’estraneità ai bisogni della famiglia del debito contratto a carico del titolare del fondo.

in allegato il testo integrale della sentenza: 20998

 

 

 

Cassazione civile – in successione no alla nullità della donazione effettuata solo da uno dei due coniugi in comunione

La Cassazione civile, sez. II,  con l’ordinanza 31 agosto 2018, n. 21503, interviene in materia di donazione affrontando due diverse questioni: la validità o meno della donazione di un bene in comunione dei beni effettuata solo da parte di uno dei due coniugi e la validità o meno di una donazione effettuata con l’effetto di favorire un erede, ledendo i diritti di altro legittimario.

(altro…)

D. Lgs. 101/2018 di armonizzazione del codice Privacy al GDPR – norme di tutela per i dati personali delle persone decedute.

Alla fine di questa calda estate di dibattito sui nuovi temi della protezione dei dati personali, stravolti da un Regolamento europeo, il famigerato GDPR (regolamento (UE) 2016/679), che ha innanzi tutto modificato integralmente la filosofia della materia e l’approccio pratico alla tutela della privacy introducendo il principio di della “accountability”, è stato finalmente pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 4 settembre il decreto legislativo 10 agosto 2018, n. 101 recante «Disposizioni per l’adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 aprile 2016, relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati e che abroga la direttiva 95/46/CE (regolamento generale sulla protezione dei dati)». (altro…)

Cass.Civ 20971/2018 – azione di riduzione e accettazione beneficiata

La corte di cassazione, recentemente, interviene nuovamente sulla questione della necessità, per l’erede, che vuole agire in riduzione, di accettare l’eredità con beneficio di inventario.

(altro…)

Il nuovo istituto della sospensione della successione

Recentemente ha visto la luce una importante modifica al codice civile, passata invece in sordina: la nascita dell’istituto della sospensione della successione.

Detto nuovo istituto, sicuramente di applicazione limitata ma non per questo meno importante, riguarda la posizione del soggetto che, avendo causato la morte del de cuius (a cui era unito per vincoli di coniugio o parentela), viene definito indegno a succedere.

(altro…)

Valorizzazione del diritto di abitazione in successione

Recentemente la Cassazione Civile sez. VI, ordinanza 5 giugno 2018, n. 14406, è intervenuta in merito alla valorizzazione del diritto di abitazione che spetta al coniuge superstite sulla casa di abitazione ai sensi dell’art.540 c.c.

(altro…)

Voltura catastale e accettazione tacita dell’eredita – la svolta del Tribunale di Torino (II sez. ordinanza 7.03.2017)

Premesso che l’accettazione di eredità è, per il nostro ordinamento, quell’atto cui si ricollega l’effetto di consentire al chiamato all’eredità di diventare definitivamente erede, è anche vero che detto atto comporta altresì la assunzione, da parte dell’erede, di una responsabilità personale e patrimoniale nei confronti del patrimonio ereditario e, per esso, degli eventuali creditori del de cuius.

È infatti conseguenza della accettazione dell’eredità, salvo che essa non avvenga con beneficio di inventario,la confusione del patrimonio del de cuius con quello ereditario e la assunzione dei debiti ereditari, da parte dell’erede, con responsabilità sul proprio patrimonio personale, anche eventualmente in eccedenza rispetto all’acquisito patrimonio ereditario. Ne consegue pertanto che anche in caso di eredità negative (con passività superiori alle attività) l’erede è tenuto a rispondere dei debiti ereditari anche con il proprio patrimonio personale.

Il Codice Civile, peraltro, nello stabilire che il chiamato all’eredità comunque diviene erede non in via automatica ma solo accettando l’eredità,  prevede, quali modalità di accettazione dell’eredità, la accettazione espressa e la accettazione tacita (art. 474 c.c.): la prima consistendo in un’esplicita dichiarazione di volontà; la seconda invece, ai sensi dell’art. 476 c.c. consistendo nel compimento di particolari atti tali da presupporre  necessariamente la volontà di accettare da parte del chiamato e che il chiamato stesso non avrebbe il diritto di compiere se non nella sua qualità di erede.

Ciò premesso, negli anni dottrina e giurisprudenza si sono pronunciate in riferimento a varie fattispecie concrete per individuare nel merito quei particolari comportamenti concludenti che in effetti comportano accettazione tacita, cosi da distinguerli da quei comportamenti che invece, venendo classificati come di natura conservativa, permettono al chiamato all’eredità di mantenere detto status senza veder convertita la propria posizione in erede puro e semplice.

In riferimento in particolare ai due atti principali della cd. “Successione fiscale”, ovvero, la  dichiarazione di successione e la relativa voltura catastale, i due adempimenti cioè necessari per individuare i soggetti che subentrano negli obblighi di carattere tributario che già facevano capo al de cuius, la giurisprudenza si è espressa, negli anni, distinguendo le due fattispecie e le conseguenze ad esse collegate.

In particolare, la presentazione della dichiarazione di successione è da sempre esclusa dal novero degli atti implicanti accettazione di eredità in quanto obbligatoria anche per i chiamati all’eredità che non abbiano rinunziato all’eredità stessa, secondo quanto stabilito dall’art. 28, co. 2, D. Lgs. 31 ottobre 1990, n. 346.  (in tal senso Cass., Sez. II, 29 marzo 2005, n. 6574, Cass., 4 maggio 1999, n. 4414).

Altro discorso, invece, occorre fare con riguardo alla voltura catastale: seppur sia vero che la legge fiscale stabilisce, a carico di chi è tenuto alla presentazione della dichiarazione di successione, l’obbligo di presentare domanda di voltura catastale nei trenta giorni dalla registrazione della dichiarazione di successione, la Cassazione ha più volte ribadito che detta presentazione, avendo la voltura una funzione sia fiscale che civile, comporta, per il firmatario,  valenza di accettazione tacita dell’eredità.

In tal senso, riferite però alle vecchie modalità di presentazione della domanda di voltura (attualmente modificate con l’emanazione del nuovo modello unico telematico di dichiarazione di successione e voltura catastale) e pesantemente contestate dalla dottrina, Cassazione civile, 12/04/2002, n. 5226, sez. II; Cassazione civile, 07/07/1999 n. 7075, sez. II.

Più recentemente Cassazione civile, sez. II, 11/05/2009,  n. 10796 “accettazione tacita di eredità, che si ha quando il chiamato all’eredità compie un atto che presuppone la sua volontà di accettare e che non avrebbe diritto di compiere se non nella qualità di erede, può essere desunta anche dal comportamento del chiamato, che abbia posto in essere una serie di atti incompatibili con la volontà di rinunciare o che siano concludenti e significativi della volontà di accettare; ne consegue che, mentre sono inidonei allo scopo gli atti di natura meramente fiscale, come la denuncia di successione, l’accettazione tacita può essere desunta dal compimento di atti che siano al contempo fiscali e civili, come la voltura catastale, che rileva non solo dal punto di vista tributario, ma anche da quello civile.”

Detta interpretazione, ad oggi sconfessata peraltro solo da una recentissima ordinanza del Tribunale di Torino del 7 marzo 2017, è senza dubbio da contestare, come sostiene peraltro anche la più autorevole dottrina in materia. Essa, infatti, pone le sue basi su un presupposto del tutto errato, ovvero, la sostenuta rilevanza civilistica della voltura catastale come se essa fosse idonea a trasmettere la proprietà in capo ai chiamati. Al contrario invece, il catasto, notoriamente, non ha funzione né di riconoscimento di titolarità né probatoria del titolo stesso, bensì unicamente fiscale, ovvero, la determinazione del reddito imponibile dei terreni e dei fabbricati ai fini delle imposte dirette e indirette. Ne consegue dunque la impossibilità di ritenere che un adempimento fiscale come la voltura catastale possa assumere valenza di accettazione tacita di eredità.

La voltura catastale, adempimento fiscale da svolgere obbligatoriamente entro trenta giorni dalla presentazione della dichiarazione di successione dovrebbe, alla stregua della stessa dichiarazione, essendo una attività di rilevanza meramente fiscale, non comportare accettazione dell’eredità.

Ancor più stringente il riconoscimento della voltura come mero adempimento fiscale non rilevante ai fini della accettazione tacita dell’eredità, poi, alla luce della recente riforma tributaria che ha introdotto, con decorrenza 23 gennaio 2017, il nuovo modello unico telematico che permette, con una operazione unica, di presentare telematicamente la dichiarazione di successione e la collegata voltura.

Se infatti si seguisse la suddetta interpretazione giurisprudenziale si arriverebbe al risultato, non previsto dal TU 346/90, per cui il chiamato all’eredità con la presentazione della dichiarazione di successione, avvenendo con essa anche la voltura automatica degli immobili, si trasformerebbe in erede per accettazione tacita dell’eredità. Sono infatti da considerarsi applicabili anche al nuovo modello l’art. 28, co. 2, d. lgs. 31 ottobre 1990, n. 346 secondo cui la dichiarazione è obbligatoria, tra gli altri, per i chiamati all’eredità che non vi abbiano rinunziato entro il termine di presentazione annuale e l’art. 7, ult. co., d. lgs. 31 ottobre 1990, n. 346 che stabilisce che “fino a quando l’eredità non è stata accettata […], l’imposta è determinata considerando come eredi i chiamati che non vi hanno rinunziato”, considerando di fatto il chiamato come tale, senza la sua conversione in erede. L’indicazione del chiamato come soggetto che presenta la dichiarazione di successione è infine espressamente prevista nel nuovo modello unico telematico.

E sono peraltro anche le istruzioni di compilazione del nuovo modello a ribadire chiaramente questo concetto non solo lasciando al dichiarante ed ai soggetti indicati nel quadro EA la possibilità di agire come chiamati e non per forza come eredi ma anche chiarendo che in caso di rinuncia il soggetto debba essere inserito in dichiarazione come mero chiamato, ricordando quindi la distinzione, talvolta fiscalmente irrilevante, tra le due categorie.

Tutto ciò premesso, tenendo conto della configurazione sia della dichiarazione di successione che della voltura catastale che anche del nuovo modello unico telematico come adempimenti di natura meramente fiscale (rispettivamente pagamento imposte di successione e collegate e individuazione del soggetto tenuto al pagamento delle imposte sugli immobili), non si può che propendere per una interpretazione che non riconosce a detti atti rilevanza ai fini dell’accettazione dell’eredità.

Come anticipato, solo recentemente si è intravista una prima luce in fondo al tunnel con una prima rivoluzionaria pronuncia del Tribunale di Torino, sezione seconda, ordinanza 7 marzo 2017, con cui il Giudicante, allontanandosi dall’orientamento consolidato, con un ragionamento che prende spunto dalla normativa fiscale , sostiene che, data la sostanziale differenza tra Ufficio del Catasto e Agenzia del Territorio, la sola voltura catastale non possa avere effetti di rilevanza civilistica quali una accettazione tacita, per fatti concludenti, dell’eredità.

Non si può dunque che restare in attesa o di una circolare dell’Agenzia delle Entrate esplicativa della questione o, quantomeno, di un cambio di passo da parte della cassazione, che si discosti dalla sua interpretazione consolidata della questione.

tribunale Torino

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: