Le successioni

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Monthly Archives: luglio 2024

AZIONE DI RIDUZIONE ED INVENTARIO

E’ improponibile l’azione di riduzione se l’inventario viene effettuato dopo il termine di tre mesi dall’accettazione d’eredità con beneficio d’inventario.

di Barbara Bosso de Cardona – Notaio in Torino

La Cassazione, con la sentenza n. 19010 del giorno 11 luglio 2024, torna ad affrontare la tematica relativa alle condizioni per l’esercizio dell’azione di riduzione, ed in particolare il requisito previsto dall’art. 564 c.c.

Tale articolo prevede, infatti, che il legittimario che voglia agire in riduzione contro soggetti non chiamati come coeredi deve accettare con beneficio d’inventario. Per espressa disposizione normativa, l’eventuale decadenza dal beneficio d’inventario non preclude l’esercizio dell’azione di riduzione.

Nel caso sottoposto al vaglio della Suprema Corte il coniuge ed i figli del de cuius avevano agito contro il nipote al quale il medesimo de cuius aveva trasferito con atti di compravendita tutti gli immobili costituenti il patrimonio ereditario.

I legittimari lesi avevano accettato l’eredità con beneficio d’inventario ma poi non avevano eseguito l’inventario nel termine di tre mesi previsto dall’art. 487 c.c. Gli stessi avevano, poi, agito in giudizio contro il nipote per sentir dichiarare la simulazione delle compravendite dissimulanti donazioni al fine di ottenerne la riduzione nella misura necessaria per reintegrare la legittima.

La Cassazione ha preliminarmente ribadito il principio per il quale “la condizione della preventiva accettazione dell’eredità con beneficio di inventario, stabilita dal primo comma dell’art. 564 c.c. per l’esercizio dell’azione di riduzione, vale soltanto per il legittimario che abbia in pari tempo la qualità di erede, e non anche per il legittimario totalmente pretermesso dal testatore”. La totale pretermissione, ribadisce la Suprema Corte, può aversi tanto nella successione testamentaria che in quella legittima (qualora il de cuius si sia spogliato in vita dell’intero suo patrimonio con atti di donazione).

Nel caso esaminato la Corte ha affermato che la tardiva esecuzione dell’inventario non integra un’ipotesi di decadenza dal beneficio (ipotesi che, come sopra detto, consente comunque l’esercizio dell’azione di riduzione) ma comporta che il soggetto che ha accettato l’eredità con beneficio d’inventario è considerato erede puro e semplice.

Conseguentemente, la Cassazione ha accolto il ricorso presentato dal nipote ed ha dichiarato che l’azione di riduzione non poteva essere proposta dalla moglie e i figli del de cuius in quanto l’inventario era stato redatto dopo il termine di tre mesi dalla dichiarazione di accettazione dell’eredità beneficiata e, dunque, essi erano ormai eredi puri e semplici e, come tali, non soddisfavano il requisito di cui all’art. 564 c.c.

Plusvalenza da Superbonus e vendita con riserva di proprietà

di Barbara Bosso de Cardona- Notaio in Torino

I chiarimenti dell’Agenzia delle Entrate per il caso in cui l’ultima rata del prezzo verrà pagata dopo 10 anni dalla conclusione degli interventi agevolati

Con l’interpello n. 156 del 16 luglio 2024 l’Agenzia delle Entrate ha affrontato la questione relativa alla nuova plusvalenza da cessione di immobili oggetto di Superbonus nel caso di vendita con riserva di proprietà.

La legge di bilancio 2024 ha introdotto una nuova ipotesi di plusvalenza per il caso di cessione di immobili che siano stati oggetto di interventi per i quali si è usufruito delle agevolazioni c.d. da “Superbonus”.

In particolare, la plusvalenza si genera nel caso di cessione a titolo oneroso che avvenga nei dieci anni successivi alla conclusione degli interventi che hanno fruito del Superbonus.

La plusvalenza è rappresentata dalla differenza tra il corrispettivo percepito per la cessione dell’immobile e il prezzo di acquisto dello stesso (o il costo di costruzione) aumentato di ogni altro costo inerente al bene medesimo.

Nel caso di Superbonus al 110% per il quale il contribuente si sia avvalso dell’opzione della cessione del credito o dello sconto in fattura, i costi sostenuti fruendo dell’agevolazione:

–              Non possono essere ricompresi tra le spese incrementative del costo di acquisto (e quindi non possono essere utilizzati per “abbattere” la plusvalenza) se i lavori sono conclusi da non più di cinque anni rispetto alla cessione;

–              Possono essere ricompresi tra le spese incrementative del costo di acquisto solo al 50% (e quindi possono essere utilizzati per “abbattere” la plusvalenza solo nei limiti di tale percentuale) se i lavori sono conclusi da più di cinque anni e da non più di dieci anni rispetto alla cessione.

La fattispecie sottoposta al recente vaglio dell’Amministrazione Finanziaria riguarda il caso di un immobile soggetto ad interventi da Superbonus conclusi nel 2023 che viene ceduto con riserva di proprietà, la cui ultima rata di pagamento è prevista nel 2034, quindi oltre i dieci anni previsti dalla norma.

Si è chiesto se in tale caso, considerando la particolare struttura giuridica della vendita con riserva di proprietà disciplinata dall’art. 1523 c.c., la nuova plusvalenza da Superbonus è da considerare applicabile o meno.

Con l’interpello in esame l’Agenzia delle Entrate ha evidenziato che, come riconosciuto anche dalla giurisprudenza, nella vendita con riserva di proprietà l’effetto traslativo si verifica solo con il pagamento dell’ultima rata del prezzo.

Pertanto, ai fini dell’applicabilità delle plusvalenze immobiliari, ivi compresa la nuova plusvalenza da Superbonus, il momento rilevante è quello in cui si verifica l’effetto traslativo, e quindi il momento del pagamento dell’ultima rata del prezzo e non quello della conclusione del contratto di cessione.

Conseguentemente, l’Agenzia delle Entrate con l’interpello in oggetto ha precisato che nel caso prospettato, poiché il pagamento dell’ultima rata del prezzo avverrà nel 2034 e quindi oltre i dieci anni dalla conclusione dei lavori (avvenuta nel 2023), non si realizza la plusvalenza di cui all’art. 67, comma 1 lettera b­-bis) del TUIR.

Morte di un socio srl: cosa fare?

Finché non viene effettuato il deposito al Registro delle Imprese di cui all’art. 2470 c.c. l’acquisto non è opponibile nei confronti della società.

di Barbara Bosso de Cardona- Notaio in Torino

In tema di srl la regola generale dettata dall’art. 2469 c.c. prevede che le partecipazioni sociali sono liberamente trasferibili, sia per atto tra vivi che per successione a causa di morte.

E’, comunque, possibile che l’atto costitutivo preveda delle deroghe a questa regola, per cui lo statuto potrebbe legittimamente prevedere l’intrasferibilità delle quote o limiti e condizioni per il trasferimento (quali ad esempio la clausola di prelazione e di gradimento). Nel caso in cui si preveda l’intrasferibilità assoluta delle partecipazioni sociali o condizioni o limiti che impediscono il trasferimento a causa di morte, il socio o i suoi eredi possono esercitare il diritto di recesso ai sensi dell’articolo 2473 c.c.

In caso di morte di un socio di una srl il cui statuto non preveda deroghe alla disciplina sopra vista, dunque, ciò che cade in successione è direttamente la titolarità della partecipazione sociale, senza necessità di adottare un’apposita clausola di continuazione della società con gli eredi del socio defunto (come accade, invece, nelle società di persone dove l’erede non acquista la partecipazione ma solo il diritto alla liquidazione della quota, salvo diversa disposizione dei patti sociali).

Tuttavia, nei confronti della società affinchè l’erede possa esercitare i diritti sociali non è sufficiente l’accettazione dell’eredità ma occorre anche che venga eseguita la pubblicità prevista dall’art. 2470 c.c.

Tale norma stabilisce che il trasferimento della partecipazione ha effetto nei confronti della società dal momento del deposito presso il Registro delle Imprese, a richiesta dell’erede o del legatario, della documentazione attestante il suo acquisto ereditario (e cioè il certificato di morte, copia del testamento se esistente, un atto di notorietà attestante la qualità di erede o di legatario della partecipazione, nonché la denuncia di successione).

L’effettuazione di tale pubblicità presso il Registro delle Imprese si ritiene, inoltre, che costituisca una forma di  accettazione tacita dell’eredità.

Tale principio è stato recentemente ribadito in una pronuncia della Corte di Cassazione (n. 2624/2024) che ha affermato che “dalla regola contenuta nell’art. 2470 c.c. discende che i chiamati all’eredità del de cuius acquistano (retroattivamente) la partecipazione sociale al momento dell’accettazione dell’eredità, ma sono legittimati all’esercizio dei diritti sociali solo a seguito del deposito per l’iscrizione del loro acquisto nel registro delle imprese: ed in definitiva, prima di tale momento, gli eredi non possono nemmeno interferire con l’operato dell’amministratore, in quanto terzi rispetto alla società. Anche il diritto ad agire per responsabilità nei confronti degli amministratori, tra gli altri diritti sociali, pur nella sua peculiarità, si concretizza in capo all’erede del socio, dunque, solo con l’adempimento delle formalità di cui si è detto”.

Conseguentemente, come affermato anche nello studio del Consiglio Nazionale del Notariato n. 61-2020, finchè non viene eseguita la pubblicità presso il Registro delle Imprese del trasferimento mortis causa della quota, l’acquisto non è opponibile alla società, non rilevando l’eventuale conoscenza, da parte dell’organo amministrativo, della morte di un socio per effetto di comunicazioni comunque pervenute agli stessi.

Pertanto, ai fini dell’individuazione del soggetto destinatario dell’avviso di convocazione e per il calcolo dei quorum assembleari la società dovrà agire senza tenere conto del trasferimento mortis causa, per cui (fermo restando l’opportunità di eseguire sollecitamente i suddetti adempimenti pubblicitari) l’avviso di convocazione dovrà essere indirizzato al socio defunto e non all’erede e la partecipazione del socio defunto dovrà essere computata nel calcolo dei quorum deliberativi (per cui le delibere saranno validamente assunte se il voto degli altri soci consenta di raggiungere le maggioranze prescritte dalla legge).

Il figlio acquista un immobile pagando il prezzo in parte con mezzi propri e in parte con denaro dei genitori: che tipo di donazione è?

Intestazione dei beni a nome altrui e donazione indiretta

di Barbara Bosso de Cardona – Notaio in Torino

Una delle ipotesi che avviene frequentemente nella prassi è l’acquisto di un immobile con denaro altrui (si pensi al caso del figlio che acquista la casa con denaro dei genitori).

In tale caso, si configura una donazione indiretta che consiste in un atto di liberalità attuato con uno schema contrattuale diverso dalla donazione vera e propria ma che, nella sostanza, realizza la medesima finalità e cioè l’arricchimento del beneficiario per spirito di liberalità.

Secondo gli orientamenti della dottrina e giurisprudenza, nel caso di acquisto di immobile con denaro dei genitori oggetto della donazione indiretta non è il denaro messo a disposizione dai genitori ma l’immobile acquistato con tale denaro.

Lo strumento negoziale posto in essere, infatti, in questa ipotesi sarà la compravendita tra il terzo venditore ed il figlio acquirente (ed è opportuno precisare che non si tratta di vendita simulata in quanto il negozio oneroso posto in essere tra venditore e acquirente è esattamente quello voluto tra le parti) ma il genitore, pagando per spirito di liberalità il prezzo per l’acquisto, manifesta la volontà di arricchire il patrimonio del beneficiario proprio di questo bene immobile e non già del denaro.

Tale principio è stato da ultimo confermato dalla Cassazione a Sez. Unite n. 18725/2017 che ha stabilito che nell’intestazione di beni a nome altrui la liberalità scaturisce “da un complesso procedimento, rivolto a fare acquistare al beneficiario la proprietà di un bene, nel quale la dazione del denaro, anche quando fatta dal beneficiante al beneficiario, assume un valore semplicemente strumentale rispetto al conseguimento di quel risultato (ovvero l’intestazione del bene)”.

 Si è, però, discusso se lo stesso principio sia applicabile anche nel caso in cui il genitore paghi solo una parte del prezzo della compravendita fatta dal figlio.

 Sul punto la Cassazione, con la sentenza 10759/2019, ha affermato che in caso di pagamento del donante solo di una parte del prezzo e non dell’intero prezzo l’oggetto della liberalità è, comunque, l’immobile (e non il denaro) nella percentuale di proprietà del bene acquistato corrispondente alla quota parte di prezzo soddisfatta con la provvista fornita dal donante”.

 Recentemente, però, con la sentenza n. 16329 del 12 giugno 2024, la Corte di Cassazione ha aderito all’orientamento opposto secondo cui la donazione indiretta dell’immobile non è configurabile quando il donante paghi soltanto una parte del prezzo del bene, giacché la corresponsione del denaro costituisce una diversa modalità per attuare l’identico risultato giuridico-economico dell’attribuzione liberale dell’immobile esclusivamente nell’ipotesi in cui ne sostenga l’intero costo”.

 Conseguentemente, oggetto della collazione sarà il denaro corrisposto dal donante e non la quota percentuale di valore dell’immobile.

Se il chiamato all’eredità adempie a un legato con denaro proprio ha accettato tacitamente l’eredità?

Accettazione tacita dell’eredità e adempimento del legato

di Barbara Bosso de Cardona – Notaio in Torino

Con la sentenza n. 11389 del 29 aprile 2024 la Corte di Cassazione è tornata ad affrontare un argomento che più volte è stato oggetto di esame da parte della giurisprudenza a causa della varietà delle ipotesi che possono configurarne la fattispecie: l’accettazione tacita dell’eredità.

Il caso recentemente sottoposto al vaglio della Suprema Corte riguardava l’esecuzione di un legato testamentario da parte del chiamato all’eredità con denaro proprio di quest’ultimo.

Nello specifico, il testatore aveva istituito erede la figlia disponendo a carico di quest’ultima il versamento di una certa somma di denaro a favore di una persona che si era presa cura del de cuius e di sua moglie.

Di fronte alla richiesta di tale beneficiario, la figlia aveva eccepito di aver rinunciato all’eredità e, quindi, di non essere tenuta all’adempimento del legato.

Contro tale eccezione, la legataria aveva opposto che la  figlia aveva accettato tacitamente l’eredità, e quindi che la rinunzia effettuata non aveva efficacia, in quanto la stessa, in esecuzione di quanto disposto nel testamento del padre, aveva disposto alcuni bonifici alla madre ed alla stessa legataria (anche se tali bonifici erano partiti da un conto corrente intestato non alla figlia ma al coniuge di questa).

Tale comportamento, nel primo e secondo grado di giudizio, era stato ritenuto configurare un’ipotesi di accettazione tacita dell’eredità in quanto la figlia, con tali comportamenti, aveva manifestato la volontà di accettare l’eredità, trattandosi di atti che questa non avrebbe avuto interesse e diritto di compiere se non nella qualità di erede.

La questione è stata rimessa alla Corte di Cassazione la quale ha ritenuto, invece, che gli atti posti in essere dalla figlia del testatore non integrano un’ipotesi di accettazione tacita dell’eredità.

Ha ritenuto la Suprema Corte che “l’accettazione deve intendersi avvenuta tacitamente quando il chiamato compie un atto che presuppone necessariamente la volontà di accettare e che non avrebbe il diritto di fare se non nella sua qualità di erede e di dominus dei beni ereditari (c.d. pro herede gestio). Per aversi accettazione tacita di eredità non basta che il chiamato all’eredità abbia agito con l’implicita volontà di accettarla, ma è altresì necessario che si tratti di atto che egli non avrebbe diritto di porre in essere se non nella qualità di erede, occorrendo la necessaria sussistenza di entrambe le descritte condizioni”.

La Cassazione ricorda che, secondo l’orientamento giurisprudenziale della medesima Corte, il pagamento di un debito ereditario fatto dal chiamato con denaro proprio non integra accettazione tacita in quanto all’adempimento di un debito può provvedere anche un terzo senza alcun esercizio di diritti successori.

Lo stesso principio, secondo la sentenza in esame, deve applicarsi anche in caso di esecuzione di un legato “nel senso che il suo adempimento da parte del chiamato non integra necessariamente un atto di accettazione tacita, non ravvisandosi ostacoli per ritenere che anche una disposizione mortis causa a titolo particolare possa, per le più svariate ragioni, essere adempiute da un terzo, al pari dei debiti ereditari”.

Conseguentemente, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dalla figlia ed ha enunciato il seguente principio di diritto:

Per aversi accettazione tacita di eredità, non basta che un atto sia compiuto dal chiamato con l’implicita volontà di accettare, ma è necessario che si tratti di atto che egli non avrebbe diritto di fare, se non nella qualità di erede, cosicché è irrilevante l’esecuzione di un legato ad opera del chiamato, con denaro proprio o di un terzo, perché, come i debiti ereditari, anche i legati possono essere adempiuti direttamente da terzi, senza alcun esercizio di diritti successori”.