Le successioni

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Dipendente contagiato e infortunio: quali conseguenze per il datore di lavoro?

È di questi giorni la notizia, fornita dall’Inail, che ci sono state, nell’ultimo periodo, ben 28.000 denunce di contagio di cui una buona metà effettuate da operatori sanitari.
Questo perché il “Decreto Cura Italia” ha ritenuto di considerare l’eventuale contagio che avvenisse “in occasione di lavoro” (quindi anche in caso di contagio in itinere ad esempio) un infortunio meritevole, in quanto tale, di ricevere la copertura assicurativa Inail.

Bene per il lavoratore che viene tutelato in un momento, quello del contagio e della conseguente malattia, in cui è particolarmente fragile ma la domanda che viene da porsi è: quali conseguenze può avere sul datore di lavoro questa scelta?
Le conseguenze non sono da poco in quanto qualificare il contagio come infortunio sul luogo di lavoro apre la strada, per il datore di lavoro che non abbia adottato le misure necessarie a prevenire il rischio di contagio, ad una possibile responsabilità penale , nei casi più gravi naturalmente, per i reati di lesioni ai sensi dell’art. 590 c.p. e omicidio colposo ai sensi dell’art. 589 c.p., peraltro anche aggravati dalla violazione delle norme di sicurezza sul luogo di lavoro.

Il datore di lavoro, infatti, è normalmente titolare di quella che giuridicamente viene definita una posizione di garanzia/tutela che discende sia dall’art. 2087 c.c. che dalle norme speciali in materia di sicurezza sul luogo di lavoro di cui al D.Lgs. n. 81/2008; posizione che, imputandogli l’onere di tutelare l’integrità fisica dei propri prestatori di lavoro, lo vede responsabile in caso di infortunio di questi ultimi.

E ciò soprattutto se non ha fornito ai propri lavoratori i corretti DPI e le informazioni necessarie per operare in sicurezza limitando il più possibile i rischi di contagio e, alla luce della normativa specifica recente, se non ha rispettato i protocolli di sicurezza redatti dal Governo con le parti sociali per poter riprendere le attività lavorative.
Un campo minato dunque l’ambiente di lavoro per il titolare d’azienda, tenuto per legge ma anche per tutelare la propria posizione in vista di un possibile seppur non auspicabile infortunio, a mettere in piedi tutte le buone pratiche necessarie per ridurre al minimo i rischi di contagio.

E nella malaugurata ipotesi in cui un dipendente venisse contagiato, attivasse l’infortunio sul luogo di lavoro e poi si aggravasse tanto da aprire la strada per una denuncia penale? Beh in quel caso starà alla difesa del datore di lavoro verificare se davvero il contagio è avvenuto in azienda (collegamento più facile per le professioni sanitarie che, come si è visto, sono ben più a rischio contagio e quindi più facilmente apriranno una pratica di infortunio sul luogo di lavoro, molto più difficile per le altre professioni) o se, al contrario, è avvenuto altrove, manlevando così il datore di lavoro dalla responsabilità penale per lesioni o omicidio colposo.

Tutto ciò naturalmente se l’infortunio si verificasse nonostante l’aver posto in essere i protocolli a tutela dei propri lavoratori; se si verificasse invece a causa della mancata messa in pratica di dette regole di protezione allora si potrebbe aprire un procedimento penale ben più grave, non più colposo ma, addirittura, doloso per dolo eventuale, tipologia di dolo che si verifica quando l’agente ha compiuto il fatto di reato non per dolo diretto (cioè con la volontà di ottenere l’evento causato) ma per aver accettato il rischio che la sua attività avrebbe potuto causare detto evento dannoso (nel nostro caso le lesioni gravi o addirittura la morte del dipendente).

Non c’è dunque da dormire sereni nella fase di riapertura delle imprese (grandi o piccole che siano), c’è anzi la necessità, innanzi tutto morale e poi anche giuridica di fare tutto il possibile per impedire il propagarsi del contagio, quantomeno nell’ambiente di lavoro.

COVID 19 – credito d’imposta per chi riorganizza i DPI aziendali e sanifica gli ambienti di lavoro

In questa fase di avvio della ripartenza da parte di imprese, partite Iva e professionisti diviene necessario approfondire anche le agevolazioni e i benefici fiscali previsti dalla normativa d’urgenza emanata per fronteggiare il problema coronavirus, non solo dal punto di vista sanitario, ma anche dal punto di vista economico.

Certo, ci sarebbe bisogno di interventi a fondo perduto, magari diretti a chi conserva i propri occupati senza procedere a licenziamenti e, ad oggi, pare che siano allo studio anche essi, più difficili da prevedere vista la liquidità necessaria per promuoverli ma, nel frattempo,tra gli interventi economici più interessanti previsti dal D.L. 18/2020 e, successivamente, dal D.L. 23/2020 vi è la previsione di un credito di imposta a favore degli esercenti attività d’impresa, arte e professione che procedano all’acquisto di dispositivi di protezione nei luoghi di lavoro, nonché per le spese di sanificazione degli ambienti di lavoro.

I tetti previsti per il credito d’imposta sono indubbiamente interessanti: 20.000 euro per ciascun beneficiario, nel limite complessivo massimo di 50 milioni di euro per l’anno 2020 e la possibilità di recuperare il 50% della spesa sostenuta.
Il provvedimento peraltro è interessante perché permette di recuperare in parte una spesa che è, comunque, obbligatoria: imprese e esercenti arti e professioni devono infatti, a prescindere dal ritorno economico, provvedere a sanificare gli ambienti di lavoro e a fornire i DPI necessari ai propri lavoratori.

Pur essendovi DPI (mascherine, barriere protettive) e altri strumenti di protezione quali detergenti e disinfettanti a disposizione e l’obbligo di sanificare gli ambienti, pressoché obbligatori per tutte le attività, pare logico ritenere che vi saranno, all’avvio della fase due, indicazioni sui DPI e le buone pratiche necessarie per limitare i contagi che varieranno sostanzialmente in base alle singole attività svolte dagli esercenti di attività d’impresa nel settore industriale, commerciale, artigianale, professionale, ecc , attività con diverse centinaia di codice ATECO, ognuna delle quali dovrà per forza avere un elenco analitico non solo dei DPI obbligatori ma anche delle modalità sicure di gestione del lavoro aziendale e dei lavoratori.

Per il momento a guidare le singole attività in ripartenza nella individuazione delle pratiche da porre in essere e dei DPI da acquistare e mettere a disposizione, si ha un protocollo “per tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori dal possibile contagio da nuovo coronavirus e garantire la salubrità dell’ambiente di lavoro” concordato tra Governo, sindacati e imprese già il 14 marzo; certamente serviranno, nel prossimo futuro, anche alter informazioni dettagliate e differenziate per tipo di azienda

Tornando al credito di imposta, ad oggi sappiamo che l’ambito oggettivo di applicazione del credito d’imposta comprende:

– le spese di sanificazione degli ambienti e degli strumenti di lavoro (da svolgersi secondo le indicazioni del protocollo del 14 marzo e, nel caso di presenza di una persona con COVID-19 all’interno dei locali aziendali, secondo le disposizioni della circolare n. 5443 del 22 febbraio 2020 del Ministero della Salute)
– le spese per l’acquisto di dispositivi di protezione individuale (quali, ad esempio, mascherine chirurgiche, Ffp2 e Ffp3, guanti, visiere di protezione e occhiali protettivi, tute di protezione e calzari);
– le spese per l’acquisto e l’installazione di altri dispositivi di sicurezza atti a proteggere i lavoratori dall’esposizione accidentale ad agenti biologici o a garantire la distanza di sicurezza interpersonale (quali, ad esempio, barriere e pannelli protettivi);
– le spese per l’acquisto di detergenti mani disinfettanti.

Purtroppo siamo ancora in attesa del decreto del Ministro dello sviluppo economico, con il quale verranno stabiliti i criteri e le modalità di applicazione e di fruizione del credito d’imposta suddetto, altrimenti al momento non applicabile in concreto, sperando che essi arrivino quanto prima e permettano un recupero fiscale rapido per le imprese che oggi sostengono queste spese straordinarie e domani, molto presto, saranno chiamate a pagare imposte per una attività che di fato ha subito una pesante contrazione.

Una curiosità: nel gioco di rincorsa che vediamo quotidianamente tra governo e singole regioni la Regione Liguria ha già messo a disposizione 10 milioni per le stesse finalità, finalizzati a fornire alle imprese che sostengono spese per la sicurezza (acquisto DPI, sanificazione etc..). in questo caso non si parla però più di credito di imposta ma di un ben più interessante recupero del 60 della spesa con un contributo a fondo perduto. C’è da sperare che anche altre regioni seguano il suo esempio, mettendo a disposizione liquidità, essenziale in questo momento.

Il coniuge separato, ha diritto di abitare la casa del ex-coniuge ai sensi dell’art.540 c.c. se costui dovesse venire a mancare?

Sembra proprio di no, o almeno questa è la posizione recentemente assunta dalla Corte di Cassazione nella recente ordinanza della sezione II, 05/06/2019, n.15277 (sentenza 15277/2019).

Com’è noto l’articolo 540 c.c. prevede il legato ex lege del diritto di abitazione nella casa coniugale a favore del coniuge superstite, anche a prescindere dalle vicende successorie; questo diritto rimane quindi in capo al coniuge superstite anche nel caso egli decidesse di rinunciare all’eredità.

La questione sollevata dalla Corte è però se il diritto collegato a una abitazione definita casa coniugale possa sussistere anche di fronte ad una coppia separata, che si avvia quindi a sciogliere il vincolo matrimoniale e che, certamente, non convive più sotto lo stesso tetto.
Ora, nel caso concreto esaminato dalla Corte di Cassazione, la moglie separata voleva agire in giudizio per lesione della legittima, così da ottenere, al posto dell’usufrutto generale che le era stato lasciato dal coniuge, una quota dell’eredità. Per agire in riduzione però avrebbe dovuto rinunciare al legato ricevuto, in quanto considerato legato in sostituzione di legittima.

Nulla di complesso se non fosse stato per il fatto che la rinuncia al legato, operata dopo aver continuato ad abitare nella casa coniugale, veniva contestata come tardiva in quanto ormai la moglie aveva goduto dei beni ricevuti in usufrutto (in particolare proprio della casa).

La moglie, per trovare una soluzione al suo problema e dimostrare di poter agire in riduzione si avvaleva quindi dell’art 540 per sostenere di aver abitato nella casa coniugale non in espressione del suo diritto di usufrutto ma del generale legato di abitazione ex lege che spetta al coniuge superstite sulla casa coniugale.
Da qui la pronuncia della cassazione che ritiene di non poter individuare una casa coniugale cui applicare l’art.540 c.c. se la coppia, al momento della morte, non era più nemmeno convivente (come è normale in fase di separazione).

Precisa infatti la Corte, riprendendo la precedente sentenza n. 13407/2014, che: In caso di separazione personale dei coniugi e di cessazione della convivenza, l’impossibilità di individuare una casa adibita a residenza familiare fa venire meno il presupposto oggettivo richiesto ai fini dell’attribuzione del diritto di abitazione (e il correlato diritto d’uso sui mobili). Se, infatti, il diritto di abitazione (e il correlato diritto d’uso sui mobili) in favore del coniuge superstite può avere ad oggetto esclusivamente l’immobile concretamente utilizzato prima della morte del de cuius come residenza familiare, è evidente che l’applicabilità della norma in esame è condizionata all’effettiva esistenza, al momento dell’apertura della successione, di una casa adibita ad abitazione familiare; evenienza che non ricorre allorché, a seguito della separazione personale, sia cessato lo stato di convivenza tra i coniugi.

Certo è che la posizione della Corte, peraltro condivisibile tenendo conto che la separazione fa cessare proprio quel rapporto che deve essere alla base di una casa coniugale, apre la strada a tutta una serie di altre valutazioni.

Ad esempio: e se il coniuge separato vivesse nella casa, magari acquistata in comproprietà, in base alla sentenza di separazione che gliela assegna come genitore presso cui sono collocati prevalentemente i figli? Allora in questo caso si applicherebbe il diritto di abitazione (espandendo così post mortem anche la decisione del giudice della separazione)? Sembra proprio di no, rendendo quindi rilevante la trascrizione o meno del diritto ottenuto in separazione, talvolta ingenuamente tralasciata.

Circolare AE 8E – conferma sospensione termini dichiarazione di successione per coronavirus

Dal condizionale delle Faq del Ministero dell’Economia e delle Finanze da cui si evinceva che probabilmente i termini di presentazione delle dichiarazioni di successione e i relativi pagamenti erano sospesi a causa della emergenza Coronavirus, arriva invece la certezza della Circolare della Agenzia delle Entrate 8/E del 3 aprile 2020.

Eccone il contenuto per la parte che riguarda le dichiarazioni di successione

1.16 Termini presentazione dichiarazione di successione
QUESITO: Il Decreto sospende anche i termini di legge previsti per la presentazione delle dichiarazioni di successione (un anno dalla morte)?
RISPOSTA: La presentazione della dichiarazione di successione costituisce un adempimento cui si applica la sospensione di cui all’articolo 62, comma 1, del Decreto. Di conseguenza, qualora il termine di presentazione della dichiarazione di successione scada nel periodo compreso tra l’8 marzo 2020 e il 31 maggio 2020, lo stesso rimane sospeso e tale adempimento dovrà essere effettuato entro il 30 giugno 2020. Al riguardo si precisa che il contribuente, se si avvale della sospensione, non sia tenuto al versamento delle imposte ipotecarie, catastali e degli altri tributi indiretti. Coerentemente, se il contribuente, nonostante il beneficio della sospensione, intende presentare la dichiarazione di successione è anche tenuto al versamento delle imposte e tributi indiretti.

Circolare Ad E 8/E del 3 aprile 2020 circolare 8E

Decreto Coronavirus – sospensione termini di presentazione dichiarazione di successione

È notizia di questi giorni che, tra le sospensioni degli adempimenti tributari dovute all’emergenza Coronavirus, vi è quella che riguarda il termine annuale per la presentazione della dichiarazione di successione da parte d chiamati all’eredità, eredi e legatari.

Ne da conferma, nelle sue FAQ, il Ministero dell’Economia e delle Finanze che, alla domanda:

Il Decreto Cura Italia sospende anche i termini di legge previsti per la presentazione delle dichiarazioni di successione (un anno dalla morte)? 

 risponde: la proroga di questo termine non è espressamente menzionata. Tuttavia essa potrebbe rientrare nella sospensione degli adempimenti tributari in senso lato, tenuto conto che la dichiarazione è presentata all’Agenzia delle Entrate e che essa è in funzione del pagamento dei tributi. Qualora il termine di presentazione della dichiarazione di successione scada nel periodo di sospensione compreso tra l’8 marzo 2020 e il 31 maggio 2020 si applica la sospensione prevista dall’articolo 62 del Decreto Cura Italia e tale adempimento dovrà essere effettuato entro il 30 giugno 2020.

 Ulteriori domande a cui risponde il MEF riguardano i termini per il beneficio prima casa e per la redazione dell’inventario; ecco le risposte.

Il Decreto Cura Italia sospende i termini di legge previsti per le eventuali decadenze (ad esempio perdita dei benefici prima casa in caso di mancato riacquisto entro un anno o mancata alienazione entro un anno)?

Questi termini non sono sospesi perché la perdita delle agevolazioni fiscali collegate all’acquisto della prima casa si associa al compimento di atti o vicende di tipo non strettamente tributario (cessione della prima casa prima dello spirare dei 5 anni e riacquisto di altro immobile entro un anno; spostamento della residenza entro 18 mesi dall’acquisto). È allo studio un intervento legislativo per il prossimo decreto legge, finalizzato a derogare ai termini di decadenza in questione.

Il Decreto Cura Italia sospende i termini di legge previsti per la redazione degli inventari (tre mesi dall’accettazione con beneficio di inventario, ad esempio)?

No, ma il Codice Civile prevede espressamente la possibilità di chiedere la proroga di tale termine.

Su quest’ultima risposta è bene peraltro precisare che attualmente i tribunali sono pressoché chiusi, salvo alcune questioni urgenti.

 

Cassazione civile, VI sezione, 1438/2020 – accettazione tacita dell’eredità

Una recente sentenza della cassazione, la n.1438 del 2020, VI sezione, ritorna sulla questione della accettazione t aita dell’eredità facendo riferimento anche alla voltura catastale come prova di detta accettazione.

Il caso riguarda il ricorso di una banca che agisce per recuperare un debito nei confronti dell’erede del debitore. L’erede dichiara di non aver accettato l’eredità e la banca contesta l’intervenuta accettazione per fatti concludenti basata su due fatti: la presentazione della voltura catastale e l’aver continuato a vivere nella casa del de cuius anche dopo la morte avendone il possesso.

La Cassazione dapprima richiama la giurisprudenza di settore sulla voltura catastale ribadendo che “L’accettazione tacita di eredità, che si ha quando il chiamato all’eredità compie un atto che presuppone la sua volontà di accettare e che non avrebbe diritto di compiere se non nella qualità di erede, può essere desunta anche dal comportamento del chiamato, che abbia posto in essere una serie di atti incompatibili con la volontà di rinunciare o che siano concludenti e significativi della volontà di accettare; ne consegue che, mentre sono inidonei allo scopo gli atti di natura meramente fiscale, come la denuncia di successione, l’accettazione tacita può essere desunta dal compimento di atti che siano al contempo fiscali e civili, come la voltura catastale, che rileva non solo dal punto di vista tributario, ma anche da quello civile” (Cass. n. 22317/2014; n. 10796/2009; n. 5226/2002; n. 7075/1999).”

Successivamente precisa che “l’indagine relativa alla esistenza o meno di un comportamento qualificabile in termini di accettazione tacita, risolvendosi in un accertamento di fatto, va condotta dal giudice di merito caso per caso (in considerazione delle peculiarità di ogni singola fattispecie, e tenendo conto di molteplici fattori, tra cui quelli della natura e dell’importanza, oltrechè della finalità, degli atti di gestione), e non è censurabile in sede di legittimità, purchè la relativa motivazione risulti immune da vizi logici o da errori di diritto” (Cass. n. 12753/1999).

E pertanto conclude che “A un attento esame i rilievi della corte in ordine al possesso introducono una circostanza idonea a configurare l’acquisto dell’eredità da parte del B. non in dipendenza di una tacita accettazione, ma ex lege ai sensi dell’art. 485 c.c. (Cass. n. 11018/2008; n. 16507/2006; n. 4845/2003), essendo incontroverso che il possesso si è protratto per oltre tre mesi dalla morte senza che il chiamato abbia fatto l’inventario ed essendo altresì incontroverso che egli avesse consapevolezza sia della devoluzione dell’eredità, sia che il bene posseduto apparteneva all’eredità medesima (cfr. Cass. n. 2911/1998).
Invero l’art. 485 c.c. si riferisce letteralmente proprio al caso che il chiamato sia già nel possesso dei beni ereditari a qualsiasi titolo (Cass. n. 6167/2019), senza che ciò voglia dire che, a questi effetti, sia insignificante il possesso acquisito successivamente. Nel concorso delle condizioni previste dalla norma l’acquisto ex lege opererebbe ugualmente, ma il trimestre accordato per il compimento dell’inventario decorrerebbe non dalla apertura della successione, ma dal momento di inizio del possesso.

Nel caso concreto dunque più che alla sola voltura catastale la Cassazione ricollega la accettazione al possesso dei beni senza che sia intervenuto, nei tre mesi dal decesso del de cuius, alcun inventario.

Sentenza Cassazione Civile n. 1438 del 22012020

Cassazione, ordinanza 2914/2020 – il legittimario completamente pretermesso non assume lo status di erede prima della azione di riduzione

La Corte di Cassazione Civile, Sez. II, Ordinanza, 7 febbraio 2020, n. 2914 ha precisato che se non c’è patrimonio residuo in quanto l’asse ereditario è stato integralmente svuotato in vita dal de cuius, il legittimario, proprio perché pretermesso non assume la qualità di erede fintanto che non eserciterà l’azione di riduzione e ne risulterà vittorioso.

Questa la massima: In caso di assenza di relictum, non è necessaria la qualifica di erede ai fini dell’esercizio dell’azione di riduzione. Invero, qualora il de cuius abbia integralmente esaurito in vita il suo patrimonio mediante atti di donazione, sacrificando totalmente un erede necessario, il legittimario che intenda conseguire la quota di eredità a lui riservata dalla legge non ha altra via che quella di agire per la riduzione delle donazioni lesive dei suoi diritti, giacché, non sorgendo alcuna comunione ereditaria se non vi sia nulla da dividere, solo dopo l’esperimento vittorioso di tale azione egli è legittimato a promuovere od a partecipare alle azioni nei confronti degli altri eredi per ottenere la porzione in natura a lui spettante dell’asse ereditario io (cfr. Cass., sent. n. 19527 del 2005). Il legittimario totalmente pretermesso, proprio perché pretermesso dalla successione, non acquista per il solo fatto dell’apertura della successione, ovvero per il solo fatto della morte del de cuius, né la qualità di erede, né la titolarità dei beni ad altri attribuiti, potendo acquistare i suoi diritti solo dopo l’esperimento delle azioni di riduzione o di annullamento del testamento, e quindi dopo il riconoscimento dei suoi diritti di legittimario (v. Cass., sent. n. 16635 del 2013).

Non è un aspetto da poco, tenendo conto che, ai sensi dell’art 564 1 comma del codice civile, “il legittimario che non ha accettato l’eredità col beneficio d’inventario non può chiedere la riduzione delle donazioni e dei legati, salvo che le donazioni e i legati siano stati fatti a persone chiamate come coeredi, ancorché abbiano rinunziato all’eredità. Questa disposizione non si applica all’erede che ha accettato col beneficio d’inventario e che ne è decaduto

Certo non si può chiedere la accettazione beneficiata (necessaria per poter aggredire donazioni e legati fatti a favore di soggetti che non siano anche coeredi) a chi non ha potuto assumere lo status di erede non essendoci patrimonio ereditario relitto.

In tal senso si rinvia anche ad un precedente articolo del Blog, presente a questo link

Con risposta a interpello 80/2020 avente ad oggetto “Decadenza agevolazione “cd prima casa” nel caso in cui i coniugi si separino consensualmente davanti all’ufficiale di stato civile e successivamente cedano a terzi l’immobile per cui hanno fruito delle suddette agevolazioni.” l’Agenzia delle Entrate chiarisce la decadenza dal beneficio in caso di cessione a terzi di un immobile, a seguito di separazione consensuale tra i coniugi davanti all’ufficiale di stato civile.

La questione prende spunto dalla vicenda di una coppia che, separatasi davanti all’Ufficiale di Stato Civile, successivamente cede a terzi l’immobile acquistato come prima casa senza acquistarne uno nuovo.

L’Agenzia delle entrate, facendo propri i chiarimenti forniti dalla Suprema Corte con la citata sentenza n. 7966 del 2019, ha escluso la decadenza dalle agevolazioni ‘prima casa’ nell’ ipotesi di cessione a terzi dell’immobile agevolato, ” ma per la sola casistica di patti di divisione dei beni, con trasferimento a terzi, siglati alla presenza di un giudice “.

Vi è di più. Continua l’Agenzia: “Con la recente risoluzione n. 80 del 9 settembre 2019, l’Agenzia delle entrate, aderendo alla tesi espressa dalla Corte di Cassazione nella sentenza del 21 marzo 2019, n. 7966, ha ritenuto che in linea con la ratio dell’art. 19 sopra citato la cessione a terzi di un immobile oggetto di agevolazione ‘ prima casa ‘ in virtù di clausole contenute in un accordo di separazione omologato dal giudice, finalizzato alla risoluzione della crisi coniugale, non comporta la decadenza dal relativo beneficio”

 Vi è dunque una estensione anche ai provvedimenti assunti tramite negoziazione assistita.

Nel caso concreto invece la coppia si è separata davanti all’Ufficiale di Stato Civile e, come sottolinea la Agenzia, la separazione consensuale di cui all’articolo 12 del d. l. n. 132 del 2014, ” non può contenere patti di trasferimento patrimoniale “.

 Conclude dunque l’Agenzia: Ne consegue che eventuali pattuizioni aventi ad oggetto trasferimenti patrimoniali non possono essere considerarti parte integrante della descritta procedura di separazione consensuale. In tal senso, quindi, non può trovare applicazione la disposizione agevolativa di cui all’art. 19, la cui ratio , si ribadisce, è quella di favorire gli atti e le convenzioni ” che i coniugi, nel momento della crisi matrimoniale, pongono in essere nell’intento di regolare sotto il controllo del giudice i loro rapporti patrimoniali conseguenti alla separazione o divorzio “. Per completezza si rappresenta nel caso in esame non può richiamarsi la risoluzione n. 80 del 2019 dal momento che la stessa si riferisce alla diversa ipotesi in cui la separazione si realizza nell’ambito dell’istituto della negoziazione assistita di cui all’art. 6 del citato decreto legge.

qui il testo dell’interpello

 

Corte di Cassazione 31806/2019 – chiarimenti sulla presunzione del 10%

La Corte di Cassazione, Sez. V, con la sentenza n. 31806 del 5 dicembre 2019 interviene sulla questione della quantificazione della presunzione del 10 % prevista dall’art.9 del TU.

La questione vuole chiarire se, in caso in una successione vengano indicati denaro, gioielli e mobilia senza avvalersi di un inventario, tale valore vada a far parte della base imponibile netta su cui andar a calcolare la presunzione.
La Cassazione chiarisce che anche in caso di beni mobili dichiarati per un valore inferiore alla presunzione, essi non andranno a fare da base imponibile per il calcolo della presunzione in quanto questo ingenererebbe un ingiustificato aumento dell’imposizione fiscale e l’imposta di successione dovrà essere calcolata sul valore dell’attivo ereditario, aumentato del 10% senza contare detti beni.

Questa la massima “Premesso che l’attivo ereditario è costituito da tutti i beni ed i diritti che formano oggetto dell successione, esclusi quelli specificamente esentati dall’imposta, la norma di cui all’art. 9 D.lgs. 31 ottobre 1990, n. 346 stabilisce che denaro, gioielli e mobilia si presumono compresi nell’attivo “per un importo pari al dieci per cento del valore globale netto imponibile dell’asse ereditario anche se non dichiarati o dichiarati per un importo minore”. Tale norma deve essere interpretata nel senso che il valore presunto comprende anche quanto eventualmente dichiarato dal contribuente, con la conseguenza che è illegittima la pretesa del fisco di calcolare la percentuale presuntiva del 10% sull’attivo ereditario, dopo aver aggiunto il valore dichiarato dall’erede per denaro, gioielli e mobilia; in presenza pertanto di un valore dichiarato inferiore a quello presunto, l’imposta principale di successione deve essere sempre calcolata, per quanto riguarda i beni mobili, sul valore presunto, mentre l’imposta complementare deve essere liquidata sulla differenza fra il valore presunto e quello dichiarato (Cass. 25.2.2008 nr 4751). Si deve dunque ritenere illegittima la pretesa del fisco di calcolare la percentuale presuntiva del dieci per cento sull’attivo ereditario alla luce di importi dichiarati superiori alla suddetta percentuale.”

Si precisa altresì che anche nel nuovo modello telematico i beni inseriti con il codice DN (denaro gioielli e mobilia) vengono conteggiati scorporati dal 10% e quindi se l’importo è inferiore al 10% l’imposta si calcolerà su una base imponibile maggiorata del 10% (calcolato aggiungendo la parte mancante rispetto ai beni dichiarati), se superiore, la maggiorazione sarà sempre del 10%, salvo inventario analitico.

Questo il passaggio delle Istruzioni Ministeriali:

Denaro, mobilia e gioielli si presumono compresi nell’attivo ereditario per un importo pari al dieci per cento del valore globale netto imponibile dell’asse ereditario anche se non dichiarati o dichiarati in misura inferiore, salvo che da un inventario analitico (redatto a norma degli artt. 769 e seguenti del c.p.c.) risulti un importo diverso, in questo caso utilizzare il cod. BI e non DN.
Pertanto:
a) Se nella dichiarazione di successione non è indicato alcun importo per denaro, mobilia o gioielli, l’ufficio applicherà la presunzione nella misura del dieci per cento del valore netto imponibile della singola quota ereditaria;
b) Se nella dichiarazione di successione è indicato un importo inferiore al dieci per cento del valore netto dell’asse ereditario, l’ufficio applicherà la presunzione in misura pari alla differenza dell’importo necessario al raggiungimento dell’ammontare previsto dalla presunzione.
c) Se nella dichiarazione di successione sono indicati denaro, mobilia e gioielli per un ammontare superiore al dieci per cento, l’ufficio non applicherà nessuna maggiorazione.
Nel caso in cui venga presentato un inventario analitico (da allegare nel quadro EG), contenente l’esatta descrizione di tutti i beni mobili di appartenenza del defunto e la loro stima, verrà considerato il valore indicato nell’inventario, anche se minore alla presunzione del 10%.
L’inventario deve essere redatto a norma degli art. 769 e seguenti del Codice di procedura civile e successive modifiche.

questo il link alla sentenza integrale sul Sito della Cassazione

Istanza di interpello 66/2020 – no agevolazione prima casa su due C6, nemmeno contigui

Con risposta ad interpello n.66/2020 l’Agenzia delle Entrate interviene su una questione relativa alla prima casa ed in particolare sulla possibilità di agevolare, in analogia con l’abitativo, un immobile strumentale C6 contiguo ad un altro immobile C6.

L’Agenzia, non condividendo la soluzione prospettata dall’istante che prevedeva la possibilità di far rientrare nella agevolazione anche un secondo C6 se contiguo e con l’impegno di unirlo al primo, ha stabilito che detta previsione possa valere solo per l’abitativo e che espressamente la normativa parli di un solo C2, C6, C7, non essendo quindi estensibile a due pertinenze della stessa categoria.

Qui il link all’interpello.

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